Il Dream Team è un sogno?

Come vincere, evitando le disfunzioni che fanno naufragare una squadra

E' da poco finito il campionato di calcio, in Italia, ed in Champions League una squadra di calcio "giovane" ha vinto superando anche formazioni sulla carta molto più quotate. In preparazione della prossima stagione, si sentono quindi i pareri di commentatori e allenatori che parlano dell’importanza del collettivo, di come la squadra abbia la priorità rispetto ai singoli anche se dotati di talento. Spesso la mancanza di risultati viene imputata ad un funzionamento carente del team, come avviene ad esempio quando formazioni "minori" riescono ad aver ragione di compagini composte da celebrati e meglio pagati campioni. L’analogia con l’azienda si propone immediata: quali sono le cose che un allenatore, o il leader, deve curare? quali sono le disfunzioni che fanno naufragare una squadra? Patrick Lencioni, consulente statunitense propone un modello semplice e chiaro.. 

La fiducia sta al cuore di un team efficace ed unito, tutti devono essere sicuri che le intenzioni dei colleghi siano buone, tutti devono potersi sentire liberi di ammettere un errore o una debolezza senza pensare che questa ammissione possa essere usata contro di sè. Questo tipo di fiducia è difficile da costruire perché siamo abituati all'idea che per avere successo si debba essere competitivi nei confronti dei nostri colleghi, tuttavia la fiducia è condizione imprescindibile perché permette di evitare la seconda possibile disfunzione, la paura del conflitto.

Tutte le relazioni importanti dal matrimonio all’amicizia, e quindi anche al business, nascono e sono durature grazie ad un conflitto produttivo basato sui contenuti e non su attacchi personali. Lo scopo di un conflitto produttivo è ottenere la migliore soluzione nel più breve tempo possibile: per questo motivo evitarlo per non ferire la sensibilità di altri membri non fa che generare tensione, la necessità di tornare più volte sullo stesso argomento, il crearsi di fazioni e lotte intestine e, non ultimo, riunioni noiose e politiche.

Un conflitto non risolto in modo positivo apre la porta al terzo pericolo, la mancanza di impegno per mancanza di chiarezza e di adesione. Il consenso ricercato a tutti i costi crea una palude in cui l’azione si perde ed affonda; una decisione anche rischiosa è sempre preferibile ad una non-decisione; molte volte è necessario procedere anche si non si ha la certezza del successo. Un team che si impegna fa chiarezza sulla direzione e sulle priorità e fa fronte comune rispetto agli obiettivi collettivi.

La disfunzione che deriva direttamente dalla mancanza di impegno da parte dei componenti della squadra è la fuga dalla responsabilità che provoca standard di prestazioni mediocri, scadenze mancate, risentimenti sotterranei di chi ritiene di aver fatto il proprio compito con cura. L’essenza del problema è la riluttanza dei membri ad accettare il disagio di riprendere un collega per il suo comportamento non in linea con quanto richiesto o ad affrontare conversazioni difficili. In sostanza tutti si devono sentire spronati dal rispetto verso il team.

Infine, l’assenza di responsabilità inevitabilmente porta i membri di una squadra a spostare l’attenzione dai risultati collettivi alle proprie esigenze personali:  questo è l’ultimo pericolo e anche quello più grave perché attacca la ragione stessa di esistenza del team, che è quella di avere un obiettivo comune. In questo caso non si realizza crescita, la concorrenza guadagna terreno, si perdono i migliori dipendenti, motivazione e coesione cedono il passo al conflitto interpersonale. Spesso il leader viene rimosso ed il successore comincia a formare una squadra diversa.

Risulta facile verificare in ambito professionale o sportivo che in una squadra vincente i membri si fidano l’uno dell’altro, si impegnano in un conflitto non filtrato sulle idee, si dedicano a definire ed attuare decisioni e piani di lavoro, si ritengono vicendevolmente responsabili di realizzare questi piani ed infine si concentrano sull’ottenimento dei risultati collettivi. Molto facile a dirsi molto meno a farsi, tant'è vero che se ci guardiamo intorno vediamo molti esempi negativi e spesso le squadre non riescono a mantenere nel tempo lo stesso livello di prestazioni. Cercando una spiegazione a questi fenomeni Peter Drucker rese popolare un’altra metafora per descrivere il team ideale, quella del gruppo jazz, dove viene richiesta una costante improvvisazione ed attenzione alle attività, capacità e competenze degli altri membri. L’adattabilità e la creatività sono quindi altri requisiti necessari come alternativa alla rigida pianificazione o al tentativo di anticipare ogni possibile scenario decisamente difficili da realizzare.

Come dire: squadra che vince non si cambia…… purché i membri siano pronti ad evolvere.

Enrico Perversi

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su La Rivista, mensile della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera.

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